Il teatro di Cinque: recensione di Furore di John Steinbeck. Regia di Massimo Popolizio – la rabbia dei migranti

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Il teatro di Cinque: recensione di Furore di John Steinbeck. Regia di Massimo Popolizio – la rabbia dei migranti

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Popolizio dà voce con rabbiosa efficacia alla denuncia, alla forza ‘pittorica’ di Steinbeck riuscendo a riempire ogni capitolo di solidarietà e forza dirompente. È un fiume in piena che ti coinvolge con la sua violenza, che ti fa sentire sulla pelle quello che è successo tanti anni fa come se fosse oggi… capisci la parola Furore.

Furore di John Steinbeck, scritto nel 1939 rappresenta le conseguenze della crisi agricola, economica e sociale che stritolò gli Stati Uniti fra il 1929 e l’attacco a Pearl Harbor. La rappresentazione al teatro India è una lettura dei capitoli dispari del libro sottolineata dalle musiche di Giovanni Lo Cascio e dalle foto d’epoca che scorrono sullo schermo dietro di lui.

Gli articoli scritti da Steinbeck per il ‘San Francisco News’ prendono vita attraverso le immagini e la voce dell’attore che interpreta una tragedia. Si sente l’odore della polvere creata dalla siccità, si vede la terra riarsa, i bambini ammalati di stenti ed affamati. Si vedono le casupole stritolate dalla speculazione, si sente l’umidità che pervade tutto, si sente il furore che comincia a farsi strada.

Il titolo originale del romanzo era “The grapes of wrath – grappoli d’ira” e la rappresentazione si snoda a capitoli in cui l’autore riesce a rappresentare la disperazione ed a darne anche le ragioni, che conosce bene, le calamità, gli sfruttamenti, i disastri ambientali, le migrazioni per necessità.

La furia monta, si sente la ribellione che sorge dopo un iniziale momento di incredulità. Quello che ieri dava da mangiare e da lavorare a tutti oggi è strumento di disperazione e di morte. I soldi presi in prestito non possono essere restituiti, la merce venduta non dà a sufficienza per vivere. La vita ci lascia incalzata dalle avversità e la forza degli uomini non basta a fermarne il declino.

Arriva la voce che in California c’è l’EDEN… si parte.

La carovana che si muove verso la California alla ricerca di una terra da coltivare e di lavoro, di una nuova vita in cui tutti credono perché l’uomo vuole credere che sia possibile iniziare di nuovo, che ci sia sempre una seconda possibilità. È una massa di derelitti che, partendo dall’Oklahoma , invade un altro stato. La Route 66 è lunga e si snoda attraverso vari stati, la vediamo serpeggiare sullo schermo, sentiamo la fatica e la volontà di arrivare dei migranti, chi muore e chi va avanti tra stenti e disperazione. La voce recitante si fa sempre più coinvolgente, la senti che si muove tra la pietà e la rabbia. In California i salari sono bassi e i lavoratori vengono sfruttati fino al punto di morire di fame, non è quello che si aspettavano.

Ma lo sfruttamento non è nato oggi, le paghe da fame, le condizioni al limite della sopravvivenza che anche oggi vediamo e sentiamo quotidianamente portano alla ribellione. In risposta allo sfruttamento, alcuni di loro diventano organizzatori del lavoro e cercano di reclutare un sindacato. La situazione diventa sempre più tragica ma alla fine un gesto di umanità da parte di una madre apre una squarcio di speranza.

Anna Maria Felici

 

Regista e attore

Massimo Popolizio

Con musiche eseguite dal vivo da Giovanni Lo Cascio

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